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Messaggio di Padre Matteo per il 15° anniversario della Comunità in Dialogo.

L’ esperienza di questi quindici anni dice che non c’è “limite di non ritorno” sul problema della dipendenza da sostanze, purché si affronti insieme, attivando le migliori forze umane e le competenze, e si tengano presenti a mio avviso alcune considerazioni:
● le sostanze di abuso creano dei danni a livello fisico e psichico: ciò è reale ed è ormai cosa acquisita anche scientificamente. D’altra parte chi viene in Comunità arriva molto provato non solo a livello fisico ma anche e soprattutto con degli handicap comportamentali, ridotto negli spazi di autonomia e di libertà, e come spento dentro.
● Ottenuta la disaffezione dalla sostanza si affronta il problema per quello che è: la persona è messa in grado, dal contesto educativo della Comunità, di attivare quel processo di maturazione “da protagonista”, la cui mancanza o inadeguatezza è stata alla base del disagio psico-sociale che ha spesso portato all’uso delle sostanze.
● La terza considerazione, la più impegnativa che coinvolge tutti noi che viviamo la nostra epoca, è l’impegno etico che ci porta ad ascoltare, più che i problemi, soprattutto gli interrogativi che i giovani pongono dalla loro sofferta situazione.
Ascoltare chi esce dalla dipendenza significa accoglierne la consapevolezza critica, che mette in crisi ciò che della cultura generale è stato alla base del loro disagio.
Non accoglierne il grido di dolore, ci fa eticamente responsabili del futuro che rimarrebbe buio per le prossime generazioni. Perciò siamo nella necessità di operare un ripensamento a tutti i livelli, civili, istituzionali, religiosi, culturali, ecc.
A questo ci costringe il fenomeno della droga a livello planetario; è come una svolta che tutti dobbiamo perseguire insieme, quanti hanno a cuore il futuro dell’uomo: è certamente una svolta per una esperienza di miglioramento qualitativo della nostra umanità, che sembra invece attardarsi solo nella ricerca di miglioramenti tecnici ed esteriori: è questa mortale “distrazione da se stessi” e dalle dimensioni interiori dell’uomo che crea disagi alla persona, (in famiglia come in società) e la rende inadeguata a vivere.
A questo proposito vorrei proporre al convegno del 15º anno di Comunità almeno due convinzioni che ho maturato in questi anni, ascoltando ciò che ha ridato “senso” alla vita dei tanti giovani che sono usciti dalla dipendenza, e che ha reso possibile in Comunità una convivenza positiva e umanamente ricca, tra culture, razze più diverse e di condizioni più disparate.
● Sono convinto che la dipendenza a livello planetario rivela all’uomo la sua radicale povertà: è la verità di tale realtà che fa l’uomo uguale e bisognoso l’uno dell’altro. Ciò vince quella pretesa di idolatrare se stessi con le conquiste soprattutto tecniche, che fa vivere estranei a sé e agli altri, perdendo il senso del limite (creaturale).
La scienza stessa, necessaria all’uomo, tuttavia può essere perseguita dall’uomo stesso come l’assoluto in cui trovare tutte le risposte.
È partendo dalla evidente realtà dei limiti che l’uomo è chiamato a trovare le risposte che gli permettono di migliorare se stesso e aprirsi all’aiuto reciproco. Ma ciò comporta pure che l’orizzonte significativo dell’uomo è anche oltre se stesso, non solo come sviluppo delle sue potenzialità, ma come il “Mistero”, il Tu divino, a cui l’uomo da sempre aspira e che trascende la sua natura pur così studiata come non mai.
Ho avuto sempre molto rispetto per ogni persona accolta in comunità, che credesse o no che fosse ebreo o cristiano, musulmano o altro, ma ho riconosciuto e rispettato sempre in lui tale dignità umana che si coglie più con lo stupore piuttosto che con lo studio.
● È proprio per questo che dovrei ora parlare dello stupore di ogni momento e di ogni giorno nel nostro vivere la Comunità: i risanamenti fisici e psichici, le rinascite di coscienza capaci di un positivo incredibile in situazioni altrettanto incredibili. Ho assistito a canti di vita in chi sentiva reale ormai la morte.
Sarebbe ugualmente possibile – mi sono domandato – senza un’ esperienza di fede? Penso di no.
Ma è la fede che risponde anche alla mia povertà, che è reale come quella di ogni altro che viene in Comunità, la fede che può racchiudere anche i tanti, i troppi fallimenti che pure non sono mancati nell’esperienza di questi 15 anni di storia: è la fede in un Amore “Altro”, che trascende, ma che pure ci viene quotidianamente partecipato, e che rimane il “Mistero” e il “Senso” della Vita stessa, vertice ed armonia di tutti i dinamismi della persona e della storia.
“Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai…” una frase di Marcel che mi colpì da giovane.
Padre Matteo Tagliaferri

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